L'approccio all'autismo secondo
il modello TEACCH
Dott. Eric Schopler
fondatore e condirettore Division TEACCH, Università di Chapell Hill, North
Carolina, USA
Convegno
"Autismo ed educazione: il ruolo della scuola"
Bologna 18 novembre 2005
(Presentazione e traduzione: Dott.ssa Daniela Mariani Cerati)
Nel gennaio 2005 abbiamo avuto la possibilità, grazie al supporto della Fondazione Augusta Pini e Ospizi marini ONLUS, di programmare una serie di importanti azioni per l’autismo.
Abbiamo pensato al presente e al futuro. Per il futuro abbiamo coinvolto i tre gruppi clinici e di ricerca biologica impegnati da tempo nelle strutture dell’Università e del SSN della città di Bologna a potenziare le ricerche già in atto sul tema.
Per migliorare la situazione già sin da ora abbiamo programmato una serie di eventi volti ad ottimizzare l’educazione e l’integrazione nella scuola, luogo privilegiato e istituzionalmente preposto ad una educazione che, allo stato attuale delle conoscenze, è anche la forma più efficace di trattamento e abilitazione.
Il primo evento, rivolto primariamente ai dirigenti scolastici, è stato il Convegno dal tema “Autismo ed educazione: il ruolo della scuola” tenuto a Bologna il 18 novembre 2005.
Avendo individuato quale modello di buona prassi a livello mondiale quanto si fa nello stato della Carolina del Nord sotto la guida della Division TEACCH dell’Università di Chapel Hill, abbiamo invitato al Convegno il suo fondatore, Eric Schopler, che ha accettato l’invito con entusiasmo, ma non ha poi potuto partecipare per motivi di salute facendosi sostituire da Kerry Hogan. Nel frattempo ci ha inviato la relazione che abbiamo tradotto e pubblicato con alcune immagini tratte dalle diapositive presentate al Convegno.
Ho
iniziato il mio percorso di ricerca sull’autismo con Bruno Bettelheim, il quale,
di fronte all’enigma della malattia mentale
chiamata autismo, disse che il problema derivava dal rifiuto del bambino da
parte dei genitori e dalla loro ostilità nei suoi confronti.
Da questa premessa
derivava una logica soluzione: l’allontanamento del bambino dai genitori e
l’inserimento nella sua scuola residenziale a cui diede il nome di “Scuola
Ortogenetica”.
Nell’area gioco della scuola c’era una scultura orribile che rappresentava
la “madre pietra”.
L’insegnamento che Bettelheim ci impartiva era che l’autismo era un disturbo
emotivo causato da ostilità e rifiuto da parte dei genitori nei confronti del
bambino il quale, per reazione, presentava un ritiro sociale nei loro confronti.
Il contatto con la realtà mi convinse della falsità di questa teoria. Bettelheim
diventò per me un esempio negativo da non imitare.
Mi convinsi che l’autismo era esattamente il contrario: un disturbo dello
sviluppo causato da anomalie organiche cerebrali da cui dipendeva il mancato
sviluppo delle abilità sociali.
Bettelheim predicava che i
genitori imponevano stress estremi ai loro figli e io sempre più mi convincevo
che i genitori erano la loro principale fonte di aiuto.
Bettelheim proponeva quale terapia la separazione dai genitori e l’inserimento
in ospedale psichiatrico e io sempre più mi convincevo che l’unica vera terapia
poteva essere un’educazione speciale nell’ambiente naturale del bambino che
doveva essere lasciato nella sua famiglia e nella sua comunità.
Bettelheim proponeva un trattamento impartito da superspecialisti in un ambiente
creato artificialmente per la terapia , mentre io sviluppavo sempre più l’idea
di un modello generalista, in cui i naturali educatori: genitori, parenti
ed insegnanti potevano diventare ottimi terapeuti se correttamente formati e
consigliati da professionisti esperti.
Con queste premesse ho cominciato a compiere le mie ricerche sui bambini e sui
genitori.
Sui bambini ho studiato le preferenze in merito ai canali percettivi (vista,
udito, tatto) e gli effetti della strutturazione. Sui genitori ho studiato la
percezione che avevano dello sviluppo dei loro figli e in generale le loro idee
in merito ai loro problemi.
Queste ricerche mi hanno portato ad un cambiamento radicale nella comprensione
e nella terapia dell’autismo.
Dalla preesistente enfasi su una presunta genesi emotiva sono passato alla
rilevazione di un’alterazione nel modo di percepire e comprendere la realtà.
Insieme ad un gruppo di lavoro sempre più numeroso abbiamo cercato e trovato
strumenti specifici capaci di misurare in modo oggettivo le peculiarità nella
percezione e nella cognizione dei bambini con autismo.
Abbiamo scoperto che le anomalie della percezione avevano precisi effetti sulle
abilità sociali e che c’era bisogno di ambienti strutturati per
ottimizzare il funzionamento nei diversi ambiti del comportamento.
Per quanto riguarda i genitori i nostri studi hanno dimostrato che:
Grazie ad una lungo ed
intenso lavoro coi bambini e con le famiglie e agli studi sistematici compiuti
abbiamo formulato i sette principi TEACCH:


Vediamo più da vicino la METAFORA DELL’ICEBERG
Il comportamento visibile è l’aggressività. Il bambino dà spintoni, picchia,
sputa, morde, lancia oggetti per aria.
Quali sono i deficit sottostanti che favoriscono l’aggressività?
Il bambino ha carenza di recettori sociali, cioè non avverte il fatto
che gli altri disapprovano questo comportamento e che questo comportamento avrà
conseguenze negative per lui.
Non ha la consapevolezza né dei propri sentimenti né di quelli degli altri, ha
delle percezioni sensoriali alterate, prova frustrazione in quanto non riesce a
comunicare e l’aggressività diventa il suo modo di comunicare. Dare al bambino
dei mezzi alternativi e accettabili per comunicare diventa pertanto un mezzo
efficace per ridurne l’aggressività.
Diagnosi
funzionale e valutazione delle singole aree dello sviluppo
Analogamente allo spazio,
anche il tempo va strutturato, va reso prevedibile mediante un programma
chiaro, che deve essere visualizzato con i mezzi che sono comprensibili al
bambino: parole scritte, disegni o oggetti veri quando la capacità di
simbolizzazione del bambino è così carente che anche il linguaggio delle
figure risulterebbe inintelligibile.
Il lavoro o lo studio da
proporre può essere fonte di interesse e di apprendimento solo quando è
proporzionato al livello e agli interessi del bambino. Se al programma
educativo non si fa precedere una accurata valutazione, si rischia di proporre
compiti o troppo difficili che producono frustrazione o troppo facili, che
producono noia.
Il compito va organizzato in modo tale da favorire l’autonomia e ridurre al minimo il bisogno di aiuto da parte dell’educatore.
La disposizione del tavolo di lavoro va programmata a seconda delle diverse fasi dell’insegnamento: uno a uno con due sedie poste ai due lati del tavolo per l’insegnamento di nuove abilità, di fronte ad un muro con il calendario delle attività per favorire l’acquisizione di autonomie in compiti in cui si esercitano abilità acquisite, in piccoli tavoli rotondi per fare lavori in piccoli gruppi.
L’insegnamento deve procedere a piccolissimi passi senza dare mai per scontata l’acquisizione di abilità. Uno degli esercizi di base è l’accoppiamento di parole a immagini. Un altro è l’accoppiamento per lettera e per colore. Ancora: impilare, suddividere, impacchettare, sempre dopo avere strutturato visivamente l’attività, in modo da renderla comprensibile attraverso la modalità sensoriale meglio sviluppata, o comunque meno compromessa, che è il canale visivo.


La collaborazione
genitori-professionisti è indispensabile.
Le aree prioritarie
dell’insegnamento devono essere quelle in cui il bambino è più deficitario: la
comunicazione, le abilità sociali e per il tempo libero, l’autonomia nel
lavoro e la gestione dei comportamenti problema.
Ognuno di questi centri
eroga le seguenti prestazioni:
- Diagnosi e valutazione
- Programmi educativi individualizzati
Consigli e supporto ai genitori
Formazione di gruppi per il training alle abilità sociali
Formazione e consulenza agli insegnanti
La scelta compiuta dal TEACCH è stata quella di formare piccole classi di
bambini con autismo all’interno delle scuole pubbliche e di integrare nelle
classi normali quei bambini con buone prestazioni intellettive, per i quali la
valutazione avesse dimostrato che un loro inserimento in una classe normale
poteva essere fattibile e utile.
Partendo da una prima sperimentazione di 10 classi siamo ora arrivato a 300
classi sparse per tutto lo stato della Carolina del Nord.
La classe è composta di 6-8 bambini con un insegnante e un assistente, che è un
tirocinante che fa apprendistato per diventare a sua volta insegnante dopo un
congruo periodo di compresenza con l’insegnante esperto.
In queste classi la strutturazione dello spazio e la prevedibilità dei tempi
facilitano l’apprendimento e prevengono in buona parte i comportamenti problema.
Per la formazione degli insegnanti abbiamo messo a punto corsi intensivi di
cinque giorni
Per la qualità del servizio è essenziale la collaborazione costante tra genitori
e operatori che hanno formato gruppi strutturati in ogni regione e anche in ogni
scuola, che a loro volta fanno parte delle grandi associazioni nazionali e
federali (Autism Society of North Carolina e Autism Society of America). Questa
collaborazione ha dimostrato di essere utile per l’allocazione ottimale
delle risorse erogate dallo Stato.
A differenza di quando ci si occupa di problemi specifici dell’apprendimento, in
cui ci si interessa di questi e delle modalità per superarli, quando si parla di
autismo, sono ugualmente importanti i programmi di educazione alle abilità della
vita quotidiana quanto le abilità nelle attività ricreative, compromesse al pari
delle altre e che necessitano di un training specifico in vista di una vita
infantile e adulta di qualità.
Abbiamo pertanto formato
gruppi per le abilità sociali, soggiorni estivi e programmi respiro, intesi come
brevi soggiorni dei bambini lontano dalle famiglie, che in tal modo vengono
sollevate dall’accudimento dei bambini. Durante questi soggiorni fuori casa si
cerca di fare acquisire ai bambini abilità utili per lo svago come attività
ginniche e sportive.
I gruppi per le abilità
sociali si riuniscono con la guida di educatori esperti per esercitarsi in
conversazioni accettabili per la scelta degli argomenti e perché la
conversazione abbia uno svolgimento che si avvicini alla normalità e non
venga lasciato alla spontaneità dell’autistico che tende a scegliere argomenti
ossessivi, ripetitivi, che non tengono minimamente conto dell’interesse degli
ascoltatori e a cambiare argomento in modo imprevedibile e bizzarro.
Vengono organizzate uscite nel quartiere, eventi sportivi e, in generale,
occasioni che siano fonte di divertimento in rapporto alle capacità e agli
interessi delle persone assistite.
Anche in età adulta la
modalità di intervento è la stessa.
Ogni programma di vita viene formulato dopo una accurata valutazione. Quando da
questa risulta che è fattibile un inserimento lavorativo in ambiente normale,
cerchiamo per ogni individuo il tipo di lavoro e di ambiente adatto e gli diamo
sempre un grosso aiuto iniziale per l’inserimento e in seguito un supporto
proporzionato alla gravità del caso: da uno a uno nei casi più gravi fino a uno
a quindici nei casi meno gravi. Il supporto persiste sempre, magari solo al
bisogno per le crisi comportamentali, ma allo stato attuale la mancata
disponibilità di aiuto in caso di crisi significherebbe la certezza della
perdita del lavoro.
Per i casi più gravi abbiamo delle strutture residenziali agricole in cui
si fanno coltivazioni di prodotti biologici, manutenzione del verde e si danno
opportunità per il mantenimento delle abilità acquisite e per l’apprendimento di
nuove abilità.
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Aggiornato al 06/08/2010 |