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GIOCHI DI PAROLE

 

Cercando una parola sul dizionario, la si trova spesso seguita da vari numerini, che rimandano ad altrettanti significati più o meno imparentati, derivati, figurati, metaforici ecc., ma comunque distinti, e spesso tradotti in un'altra lingua con molte parole diverse. I linguisti chiamano questo fenomeno polisemia = pluralità di significati.

Ci sono poi parole totalmente prive di parentela per significato ma che «suonano» uguali, ad esempio «sale» (sostantivo) e «sale» (voce del verbo «salire»): in questo caso si dice che sono parole omofone = con lo stesso suono.

Per tutti questi motivi, se una parola è presa isolatamente, il suo significato può essere ambiguo: attribuirle l'uno o l'altro di quelli possibili è decisione del tutto arbitraria; un significato preciso è invece di solito identificabile dal contesto se la parola è utilizzata nell'ambito di un atto comunicativo, insieme ad altre parole od altri segni (gesti, sguardi…): «passami il sale, per favore» detto a tavola indicando la saliera, oppure «sale o scende?» detto davanti all'ascensore, sono per noi facili da interpretare.

Proprio i fenomeni della polisemia e dell'omofonia ci permettono di utilizzare i «doppi sensi», le allusioni, i giochi di parole, per rendere ancor più ricco il nostro mondo comunicativo, raccontare barzellette o creare opere poetiche!

Ma anche di imbrogliare gli ignari grazie all'ambiguità di tante locuzioni, che si prestano quindi a molte interpretazioni diverse, ad esempio nei codicilli di certi contratti prestampati.

Ci sono anche persone che possono fraintendere il senso di molte parole, anche comuni. Sono:

Non a caso per tutti costoro sarà ancora più difficile capire le allusioni, i doppi sensi, le metafore…

Tutti noi inoltre possiamo trovarci in difficoltà con l'uso «tecnico» che le parole possono assumere nell'ambito di professioni che non esercitiamo: non è raro che le stesse locuzioni abbiano significati diversi nell'ambito di contesti disciplinari diversi. Prendiamo ad esempio: «fattori ambientali». In biologia, essi hanno designato tradizionalmente l'insieme delle condizioni fisiche e chimiche che possono interagire con qualsiasi organismo vivente, sia esterne (ad es. la temperatura dell'aria, gli alimenti disponibili, le tossine etc.)che interne (l'insieme degli adattamenti che l'organismo vivente mette in opera attraverso le sue interazioni con l'esterno: respirazione, digestione, secrezioni endocrine, attività percettive etc). In questa accezione, «fattori ambientali» si contrappone a «fattori genetici».

Nell'ambito delle discipline psicologiche, col termine «fattori ambientali» molti designano piuttosto il contesto familiare e relazionale, socio-economico, di esperienze personali e di apprendimenti formali nel quale evolvono gli esseri umani. In questa accezione «fattori ambientali» viene contrapposto a «fattori organici» (cioè biologici!).

C'è un banale gioco di parole ancora oggi sfruttato da chi cerca di vendere una qualche «psicoterapia» come «cura» per le persone affette da sindromi autistiche: si citano le numerose pubblicazioni scientifiche relative a ricerche sull'interazione tra «fattori genetici» predisponenti e «fattori ambientali» (in senso biologico!) nell'eziologia dell'autismo, e poi si utilizza il termine «fattori ambientali» nella sua accezione psicologica, per sostenere che l'autismo «può anche avere cause psicogene»…

In realtà, numerosissime indagini su base epidemiologica riguardo la possibile influenza di «fattori ambientali» (in senso psicologico) nell'insorgenza di sindromi autistiche sono state condotte ripetutamente per vari decenni: segnalo nei «riferimenti» in calce la prima, realizzata da Anna Freud (la figlia di Sigmund) su bambini sopravvissuti ai lager nazisti, ed una pubblicata alla fine degli anni '80 da V.D. Sanua, nella cui bibliografia si potrà trovare indicazione di molteplici altre. Molte di queste inchieste sono state condotte su campioni significativi (da 2000 a 20.000 casi in diverse parti del mondo). La banca dati dell'Autism Reseach Institute (ARI) di San Diego (California, U.S.A.), che ha raccolto sistematicamente dati provenienti da tutti i continenti a partire dal 1967,dispone oggi di oltre centomila schede individuali (sito: www.autism.com/ari/).

Sinora non è mai stata rilevata alcuna correlazione tra specifici «fattori ambientali» in senso socio-psicologico e incidenza dell'autismo. La maggior parte degli specialisti nello studio delle sindromi autistiche concordano nel ritenere che tali «fattori ambientali» possano giocare un ruolo sull'evoluzione dei casi – e dunque sulla loro presentazione clinica(la pertinenza e la tempestività delle prese in carico, le capacità di «far fronte» e di essere solidali tra loro da parte dei familiari, così come altri elementi del contesto, influiscono sulle strategie adattative e sulla compensazione delle disabilità del soggetto colpito), ma che non sia né scientificamente né eticamente corretto affermarne un ruolo significativo nell'eziologia (causa) della condizione stessa, visto che non lo si può dimostrare secondo i criteri della EBM (Evidence Based Medecine, ovvero «medicina basata sulle prove»).

Quando, in pubblicazioni medico-scientifiche contemporanee su riviste internazionalmente accreditate, si fa riferimento alla combinatoria di «fattori genetici» e di «fattori ambientali» nell'eziopatogenesi dell'autismo, il termine «fattori ambientali» viene senz'altro utilizzato nella sua accezione biologica: si studia ad esempio la possibile influenza dell'esposizione ad agenti biologici ambientali (come ormoni o pesticidi nei cibi assunti dalla madre in gravidanza, sostanze inquinanti nell'acqua o nell'atmosfera, agenti infettivi, vaccini o eccipienti ecc.) sull'espressione di certe «predisposizioni» genetiche.

Ma veniamo alla parola «autismo». Storicamente, essa è stata utilizzata con molti significati diversi. Riporto i principali fra quelli che ho constatato essere ancora correnti in Italia, anche nell'ambito dei servizi e dei professionisti che si occupano delle persone affette da questa condizione:

  1. comportamento consistente nell'isolarsi, ignorare o respingere il prossimo (si tratta di un sintomo, presente in molte patologie psichiatriche, ma anche in soggetti sani a seguito di esperienze dolorose o stress prolungati); tale sintomo non è né necessario né sufficiente per la diagnosi di autismo in quanto sindrome, cioè nei significati n° 2, 3, 4;

  2. la sindrome ( =insieme di sintomi) identificata da Leo Kanner negli anni '40 del secolo scorso;

  3. l'insieme dei Disturbi Pervasivi dello Sviluppo (Pervasive Developmental disorders), in Italia denominati anche «Disturbi Generalizzati dello Sviluppo» (DGS), cioè la rubrica F84 della Classificazione Internazionale delle Malattie (CIM) 10 dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che comprende: F84.0 autismo infantile, F84.1 autismo atipico, F84.2 sindrome di Rett, F84.3 altro disturbo disintegrativo dell'infanzia (precedentemente denominato «demenza di Heller»), F84.4 disturbo ipercinetico associato a ritardo mentale e movimenti stereotipati, F84.5 sindrome di Asperger, F84.8 altri disturbi pervasivi dello sviluppo, F84.9 disturbi pervasivi dello sviluppo non specificati;

  4. uno solo, od alcuni, dei sottogruppi della suddetta rubrica F84 (ad esempio F 84.0 ed F 84.1), ad esclusione degli altri;

  5. i casi ad insorgenza precoce, e comunque prepuberale, che si presentano come più gravi nell'ambito delle cosiddette «psicosi», vecchia categoria dal campo semantico molto esteso, che comprendeva tra l'altro, traducendo nella terminologia internazionale attuale, la maggior parte dei DGS, alcuni disturbi specifici dello sviluppo (attuale rubrica F80 della CIM 10 dell'OMS) come le disfasie recettive, varie sindromi psichiatriche (ad es.certi disturbi emozionali e della condotta) e per alcuni autori anche le condizioni di prostrazione, generalmente reversibile, riscontrate in bambini sani e normali che hanno subito maltrattamenti, abbandoni o negligenze gravi.

Per quanto riguarda il significato n° 2, va precisato che alcuni autori hanno usato l'espressione «autismo di Kanner» in un'accezione restrittiva, nel senso di «autismo» n° 4; però se si rilegge l'articolo del 1943 di Leo Kanner, si vedrà che i casi da lui descritti rientrerebbero oggi in diversi sottogruppi della rubrica F84, e non unicamente nella F 84.0 «autismo infantile».

Alcuni professionisti, inoltre, a prescindere dalla tassonomia adottata, modificano la denominazione della diagnosi per lo stesso soggetto secondo l'evoluzione delle manifestazioni cliniche con l'età, molto variabili da un caso all'altro: può essere interessante a questo riguardo rileggere un altro articolo di Kanner, del 1971, nel quale egli ha presentato l'evoluzione longitudinale, su una trentina d'anni, dei casi già descritti nel 1943. Comunque, se si applicano i criteri diagnostici dell'OMS,la diagnosi dovrebbe essere stabile: essa si basa sulla situazione del soggetto nei primi 3/5 anni di vita, e non sull'evoluzione ulteriore.

Quindi, locuzioni del tipo «il tale è uscito dal suo autismo», oppure «è guarito dall'autismo» hanno senso solo se si utilizza la parola «autismo» nel significato n° 1, come semplice sintomo. Una persona affetta da una sindrome autistica (significati n° 2, 3 o 4) può benissimo presentare tale sintomo nell'infanzia, e diventare successivamente più «socievole», ma questo non significa affatto che sia "guarita": l'autismo in quanto sindrome è l'espressione di anomalie nello sviluppo del sistema nervoso centrale, che possono essere compensate in misura variabile secondo i casi, ma che non sono di per sé reversibili!

Alcuni professionisti hanno poi chiamato «autismo primario» quello rappresentato da soggetti per i quali l'eziologia della condizione rimane da determinare e/o non sono state segnalate disabilità motorie, sensoriali o «patologie organiche» associate.

Ma, almeno a partire dagli anni '80, l'applicazione sistematica di protocolli diagnostici sufficientemente completi (v. ad esempio C. Gillberg), anche se costosi ed implicanti competenze mediche pluridisciplinari non possedute dai soli neuropsichiatri, laddove è stata effettuata, ha rivelato con sempre maggiore frequenza la presenza di disabilità motorie e sensoriali, e/o di «patologie organiche associate», peraltro diverse da caso a caso, in moltissimi soggetti precedentemente considerati affetti da «autismo primario». I progressi delle tecniche di neuroimmagine, soprattutto dalla seconda metà degli anni ‘90, hanno infine rivelato anomalie sia strutturali che funzionali nel sistema nervoso centrale (SNC) dei soggetti esaminati.

Attualmente, le sindromi autistiche sono considerate l'esito comune di un gran numero di patologie organiche che possono provocare danni cerebrali precoci in determinate fasi dello sviluppo del SNC. Tuttavia, per motivi organizzativi, costi elevati, limiti di accessibilità per esami ad alto contenuto tecnologico, nonché limiti nel numero degli specialisti competenti per la loro amministrazione ed interpretazione, e/o per difficoltà oggettive a testare bambini incapaci di collaborazione, in Italia molti soggetti affetti da DGS non usufruiscono tuttora di tali protocolli diagnostici e neppure di diagnosi funzionali complete nei primi tre-quattro anni di età. Se essi hanno sofferto di certe patologie e/o di anomalie nelle esperienze sensori-motorie in tale periodo critico per la strutturazione di vie neurali fondamentali, le conseguenze potranno essere permanenti anche se le patologie guariscono e le anomalie si "auto-riparano" nella seconda infanzia. Vari indizi epidemiologici hanno fatto pensare ad un ruolo probabile di particolarità genetiche, probabilmente poligeniche, in almeno una parte dei DGS: su questi aspetti si è soprattutto concentrata la ricerca scientifica nell'ultimo decennio; ed è al fine di selezionare i casi che implicano maggiore probabilità di portare alla scoperta di anomalie genetiche ancora sconosciute che i soggetti apparentemente affetti da forme di autismo «isolato» vengono ancora oggi separati da quelli per i quali la sindrome può essere ascritta a condizioni organiche già note. Ma questo non significa affatto identificare tali forme di autismo «isolato» con un cosiddetto «autismo primario» ascrivibile a cause «psicogene»!

Il significato attribuito alla stessa parola «autismo» cambia dunque in ragione dei criteri di definizione, categorizzazione e classificazione adottati da scuole di pensiero diverse e/o in tempi diversi e/o da professionisti diversi. La conseguenza di tutto questo è, purtroppo, una notevole confusione, non solo nel largo pubblico ma anche nei servizi sanitari e socio-sanitari,a causa della quale noi tutti possiamo essere vittime inconsapevoli di incomprensioni e fraintendimenti.

Luciana Bressan
Gennaio 2003

Riferimenti:


Aggiornato al 16/09/2009

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